Gość: Wasz Marjanek
IP: *.versanet.de
05.06.07, 18:10
Uo naszym Slonsku muszymy godac njy ino u nos. Bestosz ciepia tukej listek
do gazyty “Corriere della Sera” ze 29 maja (ino co uon je po italiynsku). Jest
to odpowiedz na artykul na tymat Slonska, kery napisala Marisa Mazzi pora dni
przedtym.
Alta Slesia, terra contesa da tedeschi e polacchi.
Posso cercare di raccontare cioè che accadde nell’Alta Slesia (allora parte
della Germania, ma abitata da tedeschi e polacchi) alla fine della Grande
Guerra. I vincitori decisero che la popolazione avrebbe avuto il diritto di
scegliere e promossero un referendum che si tenne il 20 marzo 1921 in
presenza di una Commissione interalleata. I risultati furono favorevoli alla
Germania che ebbe 717.122 voli contro 483.154 per la Polonia.
I tedeschi reagirono mettendo in campo i “corpi franchi” che avevano
lungamente combattuto nel Baltico dopo la fine del conflitto. Il presidente
francese Aristide Briand riuscì a inviare quella che viene ora chiamata, nel
linguaggio dell’Onu, una “forza d’interposizione” e la Società della Nazioni,
investita del problema, emise una sentenza salomonica: la parte settentrionale
e occidentale della regione sarebbe andata alla Germania e il Sud alla
Polonia. La zona industriale delle miniere e delle fabbriche, vale a dire il
boccone più appetitoso dell’intera regione, fu divisa in due, con grande
insoddisfazione degli uni e degli altri.
Questa e la cronaca degli eventi quale risulta, tra l’altro, dalla “Storia
delle relazioni internazionali dal 1919 ai nostri giorni” di Jean-Baptiste
Duroselle. Ma noi abbiamo la fortuna di avere una testimonianza di prima mano
scritta da un giovane laureato dell’Università Bocconi, Gino Capograndi, che
fu allora nell’Alta Slesia insieme alla Commissione interalleata. La lettera,
indirizzata al direttore dell’università, fu scritta da Königshütte pochi
giorni dopo l’arrivo della forza alleata d’interposizione. Porta essere letta
interamente in una raccolta di lettere scritte da bocconiani nel corso del
Novecento, che verrà pubblicata nelle prossime settimane dalla casa editrice
Egea a cura di Marzio Achille Romani (“La formazione di una classe
dirigente”). Il documento di Capograndi e un atto d’accusa contro i polacchi e
potrebbe essere giudicato parziale. Ma questa descrizione degli eventi merita
di essere letta:
“I polacchi, approfittando della simpatia e, probabilmente, dell’appoggio
francese, si sono ribellati, hanno occupato militarmente tutto il bacino
industriale, commettendo orrori di ogni specie e cercano ora di far valere il
fatto compiuto e di forzare con ciò, sempre con l’appoggio dei francesi, la
decisione sull’avvenire di questa regione. D’altra parte i tedeschi, vedendo
che la Commissione interalleata era impotente a ristabilire l’ordine ed a
prottegere le loro vite e i loro beni, si sono anch’essi armati e organizzati
e hanno incominciato per conto loro un’opera di polizia e di nettoyage.
Abbiamo avuto una vera e propria guerra fra tedeschi e polacchi, guerra che
sembra ora finita mediante la creazione di una zona neutra intermedia occupata
da truppe alleate”.
Rispondo ora al quesito dell’ultima parte della sua lettera. Lei ha ragione,
quando osserva che la nuova Germania non avanza alcuna rivendicazione sui
territori perduti alla fine della Seconda guerra mondiale. Lo riconosce anche
il presidente polacco Lech Kaczynski in una intervista pubblicata da La Stampa
del 10 maggio. Ma dice di essere preoccupato dai “duecento processi in corso
per la restituzione dei beni (domande di riparazioni finanziare depositate
dall’associazione degli espulsi tedeschi, cacciati dai territori attribuiti
alla Polonia dopo il 1945)”. E un contenzioso simili per certi aspetti a
quello dei profughi istriani, cacciati della Slovenia e dalla Croazia prima
del 1947, e non giustifica certi toni nazional-populisti della Polonia negli
scorsi mesi.
Tanti saluti !
Vostro Mariano (Wasz Marjanek).