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Honor Rodziny we Wloszech

10.01.03, 02:37
www.repubblica.it podaje , ze prokuratura w Palermo zajmuje sie
ostatnio zabojstwami popelnionymi w imie honoru rodziny .
Otoz 70 letni Antonio Pipitone kazal zabic swoja 25 letnia corke .Rosalia
Pipitone byla mezatka i miala romans z kuzynem II stopnia .Kobiete
zastrzelono a jej kochanek -kuzyn na wiadomosc o smierci Rosali wyskoczyl z
balkonu popelniajac samobojstwo .Antonio kazal zabic wlasna corke ,poniewaz
tego wymaga pojecie honoru rodziny mocne szczegolnie w Poludniowych
Wloszech .Glosna jest tez sprawa Giuseppe Lucchese ,ktory zamordowal
osobiscie swoja siostre i szwagierke ,poniewaz zdradzaly swoich
mezow .Giuseppe jest poteznym mafioso , i gdyby tego nie
zrobil ,przyniosloby to w spolecznosci syscylijskiej co najmniej cywilna
smierc
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    • krzys29 Tu jest ten artykul w orginale 10.01.03, 02:39
      Nel 1983 Antonio Pipitone, 70 anni, ordinò l'omicido
      Due sicari simularono una rapina in un negozio di sanitari
      Boss mafioso fece uccidere
      la figlia perché adultera
      La verità venuta a galla grazie alle dichiarazioni
      di alcuni collaboratori di giustizia


      PALERMO - Un vecchio boss palermitano, Antonio Pipitone, 70 anni è accusato di
      aver ordinato e fatto eseguire l'omicidio della figlia venticinquenne. Una
      questione d'onore. La ragazza, Rosalia Pipitone, sposata, aveva una relazione
      extraconiugale con un uomo, un cugino di secondo grado. Una condotta che
      secondo le arcaiche regole di Cosa nostra - che proibiscono l'adulterio -
      disonorava il padre, boss del quartiere Acquasanta di Palermo. Che decide così
      di far uccidere la figlia.

      Due sicari, che simulano una rapina, la uccidono il 23 settembre dell'83
      all'interno di un negozio di sanitari in via Papa Sergio, a Palermo, nel pieno
      del "territorio" della famiglia mafiosa dell'Acquasanta. Gli esecutori
      materiali del delitto non vennero mai trovati. Il giorno dopo Simone Di
      Trapani, il cugino di secondo grado con cui la donna intratteneva la relazione,
      morì suicida gettandosi dal balcone della sua casa di Palermo.

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      In un primo momento le indagini avevano seguito la pista dell'omicidio a scopo
      di rapina. Solo adesso è stata scoperta la verità. Un notevole contributo alle
      indagini che hanno portato all'emissione dell'ordinanza di custodia cautelare
      nei confronti di Antonino Pipitone è venuto dalle dichiarazioni di alcuni
      collaboratori di giustizia. Tra questi Calogero Ganci, Francesco Onorato, il
      boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca e Antonino Giuffrè, ex uomo di
      fiducia di Bernardo Provenzano.

      Tra i boss di mafia non era un mistero. "In Cosa Nostra non va bene avere una
      relazione extraconiugale non va bene, ed è stata uccisa", ha dichiarato agli
      inquirenti Calogero Ganci. Anche Francesco Onorato ha confermato i fatti: "Nino
      Pipitone - ha raccontato il pentito - ha consentito a fare uccidere la figlia,
      sua figlia, portando il discorso a Cosa Nostra. La figlia aveva l'amante, lui
      l'ha saputo e l'ha fatta uccidere. Se l'è sbrigata la famiglia dell'Acquasanta
      a ucciderla", ha aggiunto Onorato.

      E lo stesso Giovanni Brusca ha raccontato agli investigatori di aver appreso da
      altri uomini d'onore del delitto della ragazza. "Questa voce - ha riferito ai
      magistrati - girava in Cosa Nostra. Ho una conoscenza de relato - ha aggiunto -
      perchè era un fatto delicatissimo e venne fuori dopo che questa persona era
      stata uccisa. E' stata uccisa in base alle regole di Cosa Nostra. Lei non ne
      faceva parte, ma il padre sì", ha dichiarato Brusca confermando poi che
      Antonino Pipitone era stato il "mandante".

      Sugli esecutori materiali del delitto non è stata ancora fatta chiarezza.
      Nessuno dei collaboratori di giustizia ha saputo infatti dire chi siano stati i
      killer che spararono contro Rosalia Pipitone. Il delitto sarebbe stato gestito
      direttamente dalla famiglia dell'Acquasanta.

      Nella storia della mafia siciliana degli anni Ottanta è la seconda volta che
      una donna viene uccisa dai suoi stessi familiari a causa di una vita
      sentimentale giudicata troppo libera. Giuseppe Lucchese detto "Lucchiseddu",
      uno dei più efferati sicari di Cosa Nostra, uccise personalmente sua sorella,
      Giuseppina, e sua cognata Luisa Gritti, entrambe punite perché avevano
      relazioni extraconiugali. Anche in quell'occasione fu inscenata una finta
      rapina, in uno dei più noti bar di Palermo. Lucchese - che era latitante - per
      non farsi riconoscere dalla sorella aveva indossato una folta parrucca bionda.
      Morì più tardi, ucciso a suo volta, durante la guerra dei clan mafiosi.

      (9 gennaio 2003)

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Nakarm Pajacyka